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Il candidato che intenda superare l’esame di Stato deve cimentarsi, in primo luogo, con le “temute” prove scritte.

Per tre giorni di seguito, infatti, egli è chiamato a recarsi presso la sede di esame e per sei ore dalla dettatura della traccia (anche meno qualora sia in grado di svolgerlo in minor tempo, non inferiore, comunque, a tre ore dalla dettatura) a concentrarsi per la redazione di un buon elaborato.

Un obiettivo di questo tipo presuppone, evidentemente, che l’aspirante avvocato abbia ben chiari quali siano i parametri di valutazione che la commissione chiamata a leggere i suoi compiti adotterà nell’effettuare la correzione.

Prima di passare all’illustrazione di tali criteri, è opportuno analizzare brevemente in cosa consista la prova scritta dell’esame di avvocato.

Ai sensi dell’art. 46, comma, l. 247/2012, le prove scritte sono svolte sui temi formulati dal Ministro della giustizia ed hanno per oggetto la redazione di un parere motivato, da scegliere tra due questioni in materia regolata dal codice civile, la redazione di un parere motivato, da scegliere tra due questioni in materia regolata dal codice penale e  la redazione di un atto giudiziario che postuli conoscenze di diritto sostanziale e di diritto processuale, su un quesito proposto, in materia scelta dal candidato tra il diritto privato, il diritto penale ed il diritto amministrativo (rispettivamente, prima, seconda e terza prova scritta).

E’ chiaro che, essendo un esame volto al conseguimento di un’abilitazione, al candidato sia chiesta, in applicazione dei principi istituzionali e di quelli giurisprudenziali, la soluzione di un caso concreto, tanto nella redazione di un parere quanto, a maggior ragione, in quella dell’atto giudiziario.

In riferimento al parere, il legislatore parla espressamente di parere motivato, detto anche parere pro veritate, ossia di un responso ad una o più questioni giuridiche attraverso il quale, argomentando ed esponendo il ragionamento logico seguito, vengono prospettate tutte le soluzioni possibili al caso concreto proposto, comprese quelle sfavorevoli.

L’atto giudiziario, invece, si connota per un taglio maggiormente pratico, trattandosi di un testo che, nella realtà, dovrebbe convincere il giudice ad una pronuncia positiva per il proprio assistito, fermo restando che, essendo necessario accertare comunque la conoscenza del diritto da parte del candidato, non può prescindere dall’esternazione dei principi di diritto sostanziale e di diritto processuale.

Ciò detto, passando ai parametri di valutazione, viene in primo luogo in rilievo l’art. 46, comma 6, della citata Riforma della Professione forense, il quale stabilisce che essi, individuati con regolamento, dal Ministro della Giustizia, sentito il Consiglio Nazionale Forense, devono consistere in  a) chiarezza, logicità e rigore metodologico dell’esposizione; b) dimostrazione della concreta capacità di soluzione di specifici problemi giuridici; c) dimostrazione della conoscenza dei fondamenti teorici degli istituti giuridici trattati; d) dimostrazione della capacità di cogliere eventuali profili di interdisciplinarietà; e) dimostrazione della conoscenza delle tecniche di persuasione e argomentazione.

Il Decreto ministeriale 48/2016 ha ulteriormente precisato all’art. 3, comma 1,  che le tracce dei pareri sono formulate in modo da consentire al candidato di sviluppare un parere motivato in relazione ad un caso concreto, affrontando  gli eventuali   profili   di   interdisciplinarietà,   approfondendo i fondamenti teorici degli istituti giuridici trattati ed accennando in ordine  agli  orientamenti   giurisprudenziali   che   concorrono   a delinearne la struttura essenziale e al comma 2 che quelle dell’atto giudiziario permettono di  dimostrare la conoscenza del diritto processuale, la sua  applicazione  pratica, le tecniche di redazione dell’atto, nonché la specifica capacità di versare  nell’atto  conoscenze  generali di diritto sostanziale, unitamente alla dimostrazione una adeguata  capacità argomentativa.

Dal combinato di queste due disposizioni, l’aspirante avvocato può trarre precise linee guida unitamente a rassicuranti notizie circa il metodo di studio e di preparazione del nuovo esame.

Le linee guida impongono al candidato un linguaggio chiaro ed essenziale, capace di immediatezza nella sua comprensione da parte del soggetto che è chiamato a leggerlo e governato dal ragionamento e dall’utilizzo di una terminologia giuridica appropriata. L’utilizzo di termini giuridici, infatti, non necessariamente richiede frasi complicate.

E’ inoltre richiesto che egli fornisca, facendo applicazione dei principi propri del diritto sostanziale e processuale, la soluzione del caso pratico prospettato dalla traccia: l’operazione, in sostanza, è quella del passaggio dalla teoria alla pratica, procedendo attraverso il ragionamento e la sua abilità di cogliere, laddove presenti, i profili comuni alle varie branche dell’ordinamento.

Con specifico riferimento all’atto giudiziario il legislatore parla di padronanza nell’uso delle pratiche di persuasione. Come anticipato, egli deve dimostrare di essere in grado di persuadere il lettore (ossia il commissario in sede di esame, il giudice una volta abilitato e iscritto all’albo) circa la fondatezza della propria tesi e degli argomenti addotti a sostegno della stessa e selezionati con cura in vista del fine da perseguire.

Certamente l’utilizzo di un codice annotato e/o commentato può facilitare la stesura di un parere o di un atto: i riferimenti giurisprudenziali sono contenuti nella raccolta di massime che si sta consultando senza che sia necessario un particolare apprendimento o uno sforzo mnemonico relativamente ai principi di diritto enunciati dalla Corte, essendo sufficiente concentrasi in sede di studio o di ripasso unicamente sui concetti teorici degli istituti giuridici.

Spesso però le massime, data la loro necessaria brevità, non enucleano in maniera completa le conclusioni della pronuncia, conseguentemente rendendo impossibile cogliere il ragionamento svolto dai giudici e gli argomenti addotti a sostegno dell’opzione ermeneutica scelta da questi ultimi.

Tale è la ragione per cui era (anche quando il candidato poteva usare i codici annotati e/o commentati) ed è (per i nuovi candidati ma anche per chi esercita la professione), quando si studia, sempre consigliabile leggere la sentenza integrale. Si comprende maggiormente il principio di diritto e contemporaneamente si apprendono anche gli istituti sottesi grazie all’ esame da parte dei giudici dei precedenti giurisprudenziali.

Il nuovo esame, tuttavia, non implica uno studio “matto e disperatissimo” della giurisprudenza: il d.m. 48/2016, infatti, parla, nell’ indicare la modalità di formulazione della traccia da parte del Ministero e del conseguente svolgimento da parte del candidato, di un accenno in ordine  agli  orientamenti   giurisprudenziali   che   concorrono  a delineare la struttura essenziale degli istituti, il che significa che un attento studio con metodo e secondo logica dei manuali e delle principali sentenze permette all’aspirante avvocato di superare la prova scritta, ottenendo il punteggio necessario per il suo superamento, pari ad una votazione di almeno trenta per ciascuna prova per un punteggio complessivo non inferiore a novanta.

 

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