Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione. Parere di diritto penale – Prima Traccia

Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione. Parere di diritto penale – Prima Traccia

Premessa metodologica

Il metodo “puramente normativo” della Scuola Edizioni Giuridiche – Formazione, si basa su un approccio logico-analitico alle tracce d’esame, che privilegia il ragionamento giuridico attraverso l’utilizzo del dato normativo e del sillogismo aristotelico.

Questo particolare “metodo normativo” consente di sviluppare qualsiasi tipologia di traccia e di risolvere agevolmente ogni problematica giuridica ad essa sottesa.

In tale prospettiva, i più recenti orientamenti giurisprudenziali verranno analizzati e utilizzati unicamente come validi sostegni della personale argomentazione dell’allievo.

Riteniamo, infatti, che l’originalità e la correttezza del ragionamento giuridico possano conferire agli elaborati quegli elementi di differenziazione e qualificazione necessari per superare le prove scritte dell’esame scritto d’avvocato che, ricordiamo, dall’anno 2017, non si svolgerà più con ausilio dei codici annotati.

Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione a cura delle docenti:

Avv. Elisabetta Patrito e Maria Francesca Mascia

 

Seconda giornata – Il parere di diritto penale.

 

Traccia n. 1

 

Tizio, avendo intenzione di intraprendere l’esercizio di una attività di somministrazione di alimenti e bevande, chiede l’iscrizione nell’apposito registro pubblico utilizzando il modulo di domanda predisposto dalla locale Camera di Commercio.

In epoca successiva all’ottenimento dell’iscrizione ed all’inizio dell’attività, Tizio viene però rinviato a giudizio per il reato di cui agli artt. 48 e 479 c.p., per aver dichiarato falsamente, nella parte della domanda relativa al possesso dei requisiti morali e professionali, di non aver mai riportato condanne per reati in materia di stupefacenti.

Tizio si reca dunque da un legale per un consulto e dopo aver rappresentato quanto sopra, precisa di non aver compreso al momento della redazione della dichiarazione sostitutiva di certificazione in questione che i requisiti morali e professionali richiesti consistessero nel non aver riportato condanne per reati in materia di stupefacenti, in quanto il modulo conteneva esclusivamente il richiamo ad alcuni articoli di legge speciali, senza riportarne il testo né fornire alcuna spiegazione al riguardo.

Assunte le vesti del legale di Tizio, rediga il candidato un motivato parere, illustrando le questioni sottese alle fattispecie in esame e le linee di difesa del proprio assistito.

 

 

Dati fattuali rilevanti: Tizio, al fine di intraprendere una attività di somministrazione di alimenti e bevande, compila apposita domanda rivolta alla Camera di Commercio, attraverso moduli da essa predisposti, redatti in modo poco chiaro con riferimento alla indicazione di articoli di leggi speciali che prescrivono i requisiti soggettivi per l’esercizio di tale attività.

Tizio dichiara, contrariamente al vero, di non aver mai riportato condanne penali in materia di stupefacenti, a causa di una mancata conoscenza delle predette norme.

 

Questioni giuridiche sottese: Disamina dei reati di cui all’imputazione: artt. 48 e 479 c.p.; problematica dell’errore determinato dall’altrui inganno; configurabilità del diverso reato di cui all’art. 483 c.p. con conseguente riqualificazione del fatto; accertamento dell’elemento soggettivo nei reati di falso; rilevanza dell’errore scusabile ex art. 5 c.p.

 

Norme giuridiche applicabili: Artt. 5, 43, 47, 48, 479 e 483 c.p.

 

Soluzione/Sussunzione: Occorre preliminarmente rilevare che la fattispecie di cui all’art. 479 c.p., rubricata, “falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici” configura una ipotesi di reato proprio, che può essere commesso solo dal pubblico ufficiale.

Tanto basta per escludere l’applicabilità della norma nel caso di specie poiché Tizio non riveste detta qualifica.

Inoltre, non è neanche ravvisabile l’elemento oggettivo del reato de quo, atteso che non è il pubblico ufficiale ad attestare falsamente, nell’esercizio delle sue funzioni, bensì è il privato che attesta falsamente al pubblico ufficiale il possesso dei requisiti morali e professionali per non aver mai riportato condanne per reati in materia di stupefacenti, con ciò inducendo in errore la pubblica amministrazione.

La fattispecie concreta è al più sussumibile nella diversa norma incriminatrice di cui all’art. 483 c.p., rubricata “falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico”, di cui risulta peraltro integrato l’elemento oggettivo, consistente nella falsa attestazione al pubblico ufficiale, in atto pubblico, di fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità.

Seri dubbi permangono, invece, per quanto attiene all’elemento soggettivo.

E’ configurabile nel caso di specie il dolo tipico dei delitti di falso?

Il delitto di cui all’art. 483 c.p. è punito a titolo di dolo generico, consistente  nella coscienza  e volontà  di compiere il fatto e di agire contro il proprio dovere giuridico.

Ne consegue che il dolo va escluso in tutti i casi in cui la falsità risulti essere dovuta a semplice leggerezza o negligenza, posto che il diritto penale non conosce la figura del falso documentale colposo (art. 42 c.p.)

Inoltre, a maggior ragione, va esclusa la sussistenza del dolo nel caso di dichiarazioni contenute in moduli prestampati, redatti in modo oscuro, di non immediata comprensione, non esistendo un dovere di accertamento del privato determinato dall’assenza di chiarezza e trasparenza del modulo.

In altre parole, si tratterebbe di un errore di diritto ex art. 5 c.p. – e non un errore di fatto ex art. 47 – scusabile.

Tanto basta ad escludere la responsabilità penale di Tizio anche in relazione alla fattispecie di cui all’art. 483 c.p. perché il fatto non costituisce reato.

Ne discende l’insussistenza anche della contestazione di cui all’art. 48 c.p. che prevede un errore (della P.A., beninteso) determinato dall’altrui inganno (di Tizio). Non vi può essere volontà decettiva in chi versi in errore scusabile o, al più, colposo.

 

Tuttavia, nel caso di specie, è appena il caso di rilevare che ad una diversa soluzione potrebbe giungersi in considerazione del fatto che Tizio, in qualità di “futuro imprenditore”, è destinatario di specifiche norme che disciplinano la sua attività ed in particolare, di precisi obblighi di informazione, quali doveri strumentali all’esercizio dell’attività medesima. Così opinando, nel caso de quo, ci troveremmo dinanzi ad un errore di diritto non scusabile, atteso che Tizio ancor prima di compilare il modulo, ben avrebbe dovuto informarsi sul contenuto delle norme richiamate nel modulo.

Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione. Parere di diritto civile – Seconda Traccia

Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione. Parere di diritto civile – Seconda Traccia

Premessa metodologica

Il metodo “puramente normativo” della Scuola Edizioni Giuridiche – Formazione, si basa su un approccio logico-analitico alle tracce d’esame, che privilegia il ragionamento giuridico attraverso l’utilizzo del dato normativo e del sillogismo aristotelico.

Questo particolare “metodo normativo” consente di sviluppare qualsiasi tipologia di traccia e di risolvere agevolmente ogni problematica giuridica ad essa sottesa.

In tale prospettiva, i più recenti orientamenti giurisprudenziali verranno analizzati e utilizzati unicamente come validi sostegni della personale argomentazione dell’allievo.

Riteniamo, infatti, che l’originalità e la correttezza del ragionamento giuridico possano conferire agli elaborati quegli elementi di differenziazione e qualificazione necessari per superare le prove scritte dell’esame scritto d’avvocato che, ricordiamo, dall’anno 2017, non si svolgerà più con ausilio dei codici annotati.

Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione a cura delle docenti:

Avv. Elisabetta Patrito e Maria Francesca Mascia

 

Parere di diritto civile – Traccia n. 2: Esame Scritto Avvocato 2016

 

Caio è un giovane molto ben voluto nel piccolo paese in cui vive. Nel dicembre del 2005 riceve in donazione dall’amico Sempronio un piccolo appezzamento di terreno; successivamente nel maggio del 2008 acquista un piccolo appartamento con denaro dell’amico Mevio.  

Nel febbraio del 2016 Caio riceve la visita di Tizio, figlio e unico erede di Mevio, deceduto nel 2010, che gli rappresenta la propria intenzione di rivendicare la proprietà del predetto terreno lasciatogli in eredità da Mevio, nonché di ottenere la restituzione della somma di euro 50.000 pari al prezzo dell’appartamento acquistato con denaro dello stesso Mevio. 

A sostegno della prima pretesa Tizio sostiene che Caio non possa vantare alcun titolo sul terreno, non potendo considerarsi tale la donazione di cui il predetto aveva beneficiato nel dicembre 2005, dal momento che il disponente Sempronio non era titolare di alcun diritto sul bene donato.  Quanto alla seconda pretesa, lo stesso rappresenta che l’acquisto del predetto appartamento con denaro di Mevio avesse realizzato una donazione di denaro di non modico valore che doveva considerarsi nulla per non aver rivestito la forma prescritta dalla legge.

Caio, che vive dalla data della prima donazione (peraltro immediatamente trascritta), aveva goduto direttamente del terreno adibendolo a orto. Preoccupato per quanto rappresentatogli da Tizio, si rivolge ad un legale, al quale dopo aver riferito i fatti per come sopra descritti, ribadisce di non aver mai saputo che il terreno donatogli da Sempronio fosse, in realtà, di proprietà di Mevio.

Il candidato assunte le vesti del legale di Caio , rediga un motivato parere illustrando le questioni sottese al caso in esame e prospettando la linea difensiva più idonea a tutelare le regioni del proprio assistito.

 

 

Dati fattuali rilevanti: Donazione, a favore di Caio, di un piccolo fondo da parte dell’amico Sempronio nel 2005; acquisto da parte di Caio di un appartamento con denaro dell’amico Mevio nel maggio del 2008. Mevio decede del 2010. Tizio, figlio di Mevio, rivendica la proprietà del fondo donato da Sempronio a Caio, sostenendo che Sempronio non ne era proprietario. Tizio afferma invece di averlo acquistato per successione ereditaria.

Tizio chiede altresì la somma di euro 50.000 erogata a Caio da Mevio ed utilizzata per acquistare l’appartamento, poiché donazione di non modico valore, nulla perché priva del requisito formale dell’atto pubblico. Buona fede di Caio .

 

Questioni giuridiche sottese: Validità/efficacia della donazione di cosa altrui, anche alla luce della recentissima sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite (Cass. S.U. sent. 5068/2016); la donazione di cosa altrui, ancorché nulla/inefficace, può costituite “titolo idoneo” ai fini dell’usucapione abbreviata ex art. 1159 c.c.?

Presupposti per l’usucapione, ordinaria e abbreviata; differenza fra donazione di modico valore e donazione indiretta, al fine dell’applicazione del requisito formale ex art. 782 c.c.

 

Norme giuridiche applicabili: Artt. 769 e ss. c.c. con particolare riferimento all’art. 771 (donazione di beni futuri), all’art. 782 (forma della donazione), 783 (donazioni di modico valore), 809 (norme sulle donazioni applicabili ad altri atti di liberalità; art. 1159 c.c. (usucapione decennale).

 

Soluzione/Sussunzione: Occorre suddividere l’argomentazione del parere in due parti, corrispondenti alle due pretese vantate da Tizio nei confronti di Caio.

 

Pretesa n. 1 – Sempronio, donante, non era titolare del bene/terreno donato a Caio, donatario: si configura una “donazione di cosa altrui”. Quest’ultima è ammissibile nel nostro ordinamento?

Sul punto sussisteva un contrasto dottrinale e giurisprudenziale particolarmente vivace, recentemente risolto dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sentenza n. 5068/2016). Due le tesi prospettate.

Secondo un primo orientamento, la donazione di cosa altrui sarebbe nulla per applicazione analogica dell’art. 771 c.c. che commina testualmente la nullità della “donazione di beni futuri”, operando una sostanziale equiparazione fra beni oggettivamente futuri (vale a dire non esistenti in rerum natura) e soggettivamente futuri (ossia non esistenti nel patrimonio del donante, ma nel patrimonio altrui).

Secondo altro orientamento, argomentando dalla natura eccezionale della disposizione di cui all’art. 771 c.c., pertanto insuscettibile di applicazione analogica ex art. 14 Prel., la donazione di cosa altrui non sarebbe nulla, ma meramente inefficace, e dunque tale atto può costituire titolo astrattamente idoneo ex art. 1159 c.c., ove, beninteso, siano presenti tutti gli altri requisiti richiesti dalla disposizione in parola (possesso di buona fede, trascrizione etc.).

 

Come detto, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sono intervenute per dirimere il contrasto, precisando che la donazione di cosa altrui è nulla e non inefficace.

Tuttavia, la nullità non si fonda sull’art. 771 c.c., norma eccezionale rispetto all’art. 1348 c.c. il quale prevede che la prestazione di cose future può essere dedotta nel contratto – e quindi anche nella donazione –  salvi i particolari divieti imposti dalla legge e, fra questi, proprio l’art. 771 c.c. in materia di donazione di beni futuri in senso oggettivo.

La nullità si evince, invero, dal tenore letterale dell’art. 769 c.c.

In particolare, posto che sussistono due tipologie di donazione, la donazione traslativa e la donazione obbligatoria, il problema della donazione di cosa altrui riguarda la sola donazione traslativa, atteso che la titolarità del bene in capo al donante costituisce elemento essenziale del contratto di donazione.

Ne consegue che, se il bene non appartiene al donante, il contratto non potrà produrre gli effetti sui propri, per mancanza di causa in concreto, quale requisito strutturale del contratto ex artt. 1325 e 1418, II comma c.c.

Se la donazione di cosa altrui è nulla, occorre comunque domandarsi se la stessa possa costituire titolo astrattamente idoneo ex art. 1159 c.c., tanto più che, nel caso di specie, risulta un possesso in buona fede prolungato per oltre un decennio.

A ben vedere, l’unico vizio sussistente nel nostro caso, è costituito dal difetto di legittimazione a disporre di Sempronio.

Tuttavia, ancorché le Sezioni Unite discorrano di nullità per difetto di causa in concreto ex art. 1418, II comma c.c., la donazione de qua costituisce titolo astrattamente idoneo per perfezionare la fattispecie di cui all’art.  1159 c.c.

In ogni caso, se tale soluzione non dovesse trovare accoglimento, sarebbe comunque prospettabile l’usucapione ventennale ex art. 1158 c.c.

 

Caio potrà resistere alla domanda di rivendicazione ex art. 948 c.c.–e non di petizione ereditaria ex art. 533 c.c. –  formulata da Tizio, erede di Mevio, sollevando un’eccezione petitoria per aver il primo usucapito il terreno, ex art. 1159 c.c.

 

Pretesa n. 2 – Occorre domandarsi a quale titolo Mevio consegni la somma di 50.000 euro a  Caio: vi è un contratto di mutuo, in relazione al quale è prospettabile un’azione di restituzione, tra l’altro ancora in termini, o vi è una donazione, salvo stabilire se di modico valore o indiretta?

La traccia non fornisce sufficienti elementi per propendere per la sussunzione in termini di contratto di mutuo ma, semmai, in termini di un atto di liberalità, salvo poi individuarne la natura giuridica corretta.

Se si opta per la donazione di modico valore ex art. 783 c.c., non sarebbe necessaria la forma solenne dell’atto pubblico, e dunque tale donazione sarebbe valida ed efficace, sussistendo la mera tradizione del bene mobile (il denaro).

Viceversa, se riteniamo la donazione de qua non di modico valore, tenuto conto anche delle condizioni economiche del donante, la donazione sarà invalida in difetto del requisito formale.

Tuttavia, l’invalidità può essere bypassata attraverso la più corretta qualificazione in termini di “donazione indiretta” o liberalità non donativa, di cui all’art. 809 c.c.

 

Ne consegue che Caio potrà resistere alla domanda restitutoria di Tizio, eccependo che si tratti di una donazione indiretta, non soggetta a vincoli di forma e dunque valida.

Da ultimo, occorre rilevare che quantunque la donazione de qua sia valida, ovvero ci si trovi dinanzi ad una liberalità indiretta, Caio sarà esposto ad un’eventuale azione di riduzione da parte di Tizio, nell’eventualità che sia stata lesa la sua quota di legittima (art. 553 e ss c.c.), stante il richiamo di cui all’art. 809 c.c.

 

Note: la donazione di cosa altrui è stata oggetto di uno specifico articolo del Blog del Praticante: AspiranteAvvocato.it curato dal talento dell’avv. Tiziana Caboni e di uno specifico focus di approfondimento, nonché oggetto di schemi argomentativi sintetici forniti agli allievi della Scuola Edizioni Giuridiche – Formazione

 

***

 

Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione. Parere di diritto civile – Prima Traccia

Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione. Parere di diritto civile – Prima Traccia

Premessa metodologica

 

Il metodo “puramente normativo” della Scuola Edizioni Giuridiche – Formazione, si basa su un approccio logico-analitico alle tracce d’esame, che privilegia il ragionamento giuridico attraverso l’utilizzo del dato normativo e del sillogismo aristotelico.

Questo particolare “metodo normativo” consente di sviluppare qualsiasi tipologia di traccia e di risolvere agevolmente ogni problematica giuridica ad essa sottesa.

In tale prospettiva, i più recenti orientamenti giurisprudenziali verranno analizzati e utilizzati unicamente come validi sostegni della personale argomentazione dell’allievo.

Riteniamo, infatti, che l’originalità e la correttezza del ragionamento giuridico possano conferire agli elaborati quegli elementi di differenziazione e qualificazione necessari per superare le prove scritte dell’esame scritto d’avvocato che, ricordiamo, dall’anno 2017, non si svolgerà più con ausilio dei codici annotati.

 

Schemi ragionati con ipotesi di risoluzione a cura delle docenti:

Avv. Elisabetta Patrito e Maria Francesca Mascia

 

Parere di diritto civile – Traccia n. 1: Esame Scritto Avvocato 2016

 

Nel corso della seconda lezione di equitazione all’interno del maneggio della società Alfa, il piccolo Tizio, figlio dei signori Beta, viene disarcionato dal cavallo e cade rovinosamente a terra.  Condotto al Pronto soccorso e sottoposto a controllo radiografico, al piccolo viene diagnosticata una forte contusione al polso destro e applicato un tutore mobile per la durata di 20 giorni.  Poiché, tuttavia, anche decorso tale periodo, il bambino continua a lamentare una evidente sintomatologia dolorosa e non riesce a muovere la mano, i signori Beta lo fanno visitare da uno specialista che, dopo aver effettuato una radiografia in una diversa proiezione, si avvede dell’esistenza di una frattura (non evidenziata al momento della visita al Pronto soccorso) che, a causa del tempo ormai trascorso, non può più consolidarsi se non attraverso un intervento chirurgico, da effettuarsi quanto prima.

Malgrado l’intervento chirurgico venga eseguito a regola d’arte, con conseguente immobilizzazione dell’arto per i successivi 45 giorni, anche dopo le sedute di riabilitazione (protrattesi per i successivi 60 giorni) il piccolo riporta una invalidità permanente del 6%.

I signori Beta si recano quindi da un legale e, dopo aver esposto i fatti sopra detti, aggiungono: – che il cavallo montato dal piccolo Tizio aveva già mostrato, fin dall’inizio della lezione, evidenti segni di nervosismo, tanto che l’istruttore era già intervenuto due volte per calmarlo; – che al momento dell’iscrizione del proprio figlio al corso la società Alfa aveva fatto loro sottoscrivere una dichiarazione di esonero da ogni responsabilità per i danni eventualmente derivanti dallo svolgimento della pratica sportiva; – che, ove prontamente diagnosticata, la frattura avrebbe potuto consolidarsi senza necessità di ricorrere all’intervento chirurgico; – che per l’intervento chirurgico e per la successiva riabilitazione (effettuati entrambi in strutture private a causa dell’urgenza), avevano dovuto sostenere la complessiva spesa di euro 10.000,00.

Il candidato, assunte le vesti del difensore dei signori Beta, rediga un motivato parere illustrando le questioni sottese al caso in esame e prospettando le azioni più idonee a tutelare le ragioni dei propri assistiti.

 

 

Dati fattuali rilevanti: Il piccolo Tizio viene disarcionato da cavallo durante una lezione di equitazione in un maneggio, cade rovinosamente a terra e riporta delle lesioni al polso, non correttamente diagnosticate e curate dal medico del Pronto Soccorso, che si limita a rilevare una semplice contusione. Necessità di un intervento chirurgico in seguito alla corretta diagnosi di frattura del polso destro. Sfortunatamente, nonostante l’intervento sia eseguito a regola d’arte, residuano postumi permanenti (invalidità del 6%). Sussistenza di spese per cure mediche sostenute dai genitori Beta e pari ad euro 10.000.

 

Questioni giuridiche sottese: Configurabilità della responsabilità della Società Alfa e natura giuridica della stessa: artt. 1218, 2050 c.c. o 2052 c.c.? Rilevanza della condotta dell’istruttore/colpa grave. Validità delle clausole di esonero della responsabilità ex art. 1229 c.c. Responsabilità della struttura sanitaria e del medico: extracontrattuale o da contatto sociale qualificato? Accertamento del nesso di causalità con particolare riferimento alla rilevanza delle concause. Responsabilità solidale ex art. 2055 c.c. della Società Alfa e della Struttura ospedaliera per la lesione riportata dal piccolo Tizio. Danni risarcibili: danno patrimoniale o non patrimoniale.

 

Norme giuridiche applicabili: Artt. 40-41 c.p., 1173, 1218, 1229, 2043, 2050, 2052, 2059, 2697 c.c.

 

Soluzione/Sussunzione: Occorre suddividere l’argomentazione del parere in tre parti, corrispondenti alle tre macro-questioni giuridiche ad esso sottese.

 

  • – Responsabilità della società Alfa, titolare del maneggio.

E’ preferibile l’inquadramento nell’alveo dell’art. 2050 – e non 2052 c.c. –in materia di esercizio di attività pericolose; tuttavia la responsabilità del titolare del maneggio, a ben vedere, stante la sussistenza a monte di un contratto stipulato dai signori Beta, nella loro qualità di genitori del piccolo Tizio, potrebbe essere ricondotta anche nell’alveo della responsabilità contrattuale ex art. 1218 c.c.

In particolare la causa di tale contratto è ravvisarsi non soltanto nello scambio tra prestazione principale, avente ad oggetto le lezioni di equitazione, e corrispettivo, ma in una serie prestazioni accessorie ex art. 1175 c.c. identificabili negli obblighi di protezione.

La differenza si può cogliere, tra le altre cose, in relazione all’onere probatorio richiesto dalle due fattispecie: nel 2050 c.c., fattispecie di responsabilità aggravata, si assiste ad una inversione dell’onere della prova, di talché il danneggiato dovrà dimostrare il nesso di causa e il danno subito, ma non la colpa; viceversa, nella responsabilità ex art. 1218 c.c. il creditore avrà l’onere di allegare l’inadempimento e provare titolo costitutivo e danno subito. Nemmeno in tale caso dovrà dimostrare la colpa del debitore.

 

  • – Validità di clausole di esonero sottoscritte dai signori Beta.

La sussunzione nell’alveo del 1218 c.c. giustificherebbe anche la sottoscrizione di clausole di esonero, come risulta dalla traccia; dette clausole infatti non sono ipotizzabili nell’ambito della responsabilità extracontrattuale pura.

Ed in ogni caso, v’è da dire che a mente dell’art. 1229 c.c., le clausole in parola debbono considerarsi nulle, poiché è ravvisabile, oltre la colpa grave dell’istruttore – il quale, dinnanzi al contegno irrequieto dell’equino, non ha interrotto immediatamente la lezione – un danno non patrimoniale afferente ad interessi della persona indisponibili, tutelati a livello costituzionale.

 

  • Responsabilità della Struttura sanitaria/Pronto Soccorso e del medico.

Va esclusa indubitabilmente la responsabilità del medico specialista e dell’equipe di chirurghi che hanno operato il piccolo Tizio, per difetto di nesso causale e di colpa. Quanto invece alla responsabilità per il danno-evento riportato dallo stesso (lesione del suo diritto alla salute, tutelato dall’ art. 32 Cost.), occorre distinguere la posizione del Pronto Soccorso, attesa la natura contrattuale della responsabilità nei confronti del piccolo Tizio, da quella “da contatto sociale qualificato” del medico ex artt. 1173-1218 c.c., nonostante l’infelice formulazione dell’art. 3, della L. 158/2012, cd. Riforma Balduzzi, che discorre di responsabilità extracontrattuale.

E’ pacifico, inoltre, che i danni riportati da Tizio siano di natura patrimoniale, avendo sostenuto spese mediche per un importo pari a 10.000 euro, e non patrimoniali, sub specie di danno biologico, avendo riportato un’invalidità permanente del 6%.

 

Ma chi risponde di tali danni?

Dal punto di vista causale (artt. 40-41 c.p.), il danno è stato cagionato dalla condotta:

  • del titolare del maneggio;
  • del Pronto Soccorso/medico, per omessa diagnosi, che costituiscono antecedenti necessari nella verificazione dell’evento lesivo (cd. concause).

Ci troviamo pertanto di fronte ad un concorso tra responsabilità contrattuale ed extracontrattuale e di tipo solidale ex art. 2055 c.c.

Si ricordi che la regola probatoria applicabile nel processo civile nell’accertamento del nesso di causalità è diversa e meno rigorosa rispetto al processo penale (cd. regola BARD), essendo sufficiente, ai fini della responsabilità civile, “il più probabile che non”.

 

Note: la responsabilità extracontrattuale, con particolare riferimento alla responsabilità sanitaria, è stata trattata a più riprese durante il corso di Edizioni Giuridiche – Formazione. Idem dicasi del nesso di causalità e del suo accertamento in sede civile e penale.

Rapporti tra silenzio assenso ex l.241/90 e quello previsto in materia di aree protette

Rapporti tra silenzio assenso ex l.241/90 e quello previsto in materia di aree protette

 consiglio-di-stato-600x300

Consiglio di Stato, Adunanza Plenaria, 27 luglio 2016, n. 17

Rapporti tra il silenzio assenso ex l.241/1990 e quello previsto in materia di aree protette

 

 

La massima

 

Il silenzio assenso previsto dall’art. 13, commi 1 e 4, della legge n. 394 del 1991 non è stato implicitamente abrogato a seguito dell’entrata in vigore della legge n. 80 del 2005, che, nell’innovare l’art. 20 della legge n. 241 del 1990, ha escluso che l’istituto generale del silenzio-assenso possa trovare applicazione in materia di tutela ambientale e paesaggistica.

Non è logico ritenere che una disposizione volta a generalizzare il regime procedimentale del silenzio-assenso faccia venir meno proprio quelle ipotesi di silenzio-assenso già previste dall’ordinamento nel più restrittivo sistema dell’art. 20 vigente prima della riforma del 2005. Sicché la sottrazione al regime semplificatorio generale delle materie caratterizzate da interessi sensibili non può che essere rivolto al futuro e non ricomprende quegli specifici procedimenti per i quali la compatibilità del regime del silenzio-assenso con quegli interessi era già stato in precedenza valutato positivamente dal legislatore. Ne consegue che detta la previsione dell’art. 13 sul silenzio-assenso circa l’istanza di nulla osta non è da ritenere abrogata.

 

 

 

La scheda

 

 

Problema relativo alla portata applicativa dell’art. 20, l. 241/1990  come novellato dalla l. 80/2005 ed esattamente se tale modifica abbia comportato l’abrogazione dell’art. 13, comma 1, l. 394/1991, data la specialità di quest’ultima disposizione, oppure se debba escludersi la sopravvivenza di norme aventi a oggetto ipotesi di silenzio-assenso anteriori alla novella in forza di una rigorosa applicazione del criterio cronologico della successione delle leggi nel tempo e della tendenza nel suo complesso dell’ordinamento a rigettare il modulo procedimentale in esame in  settori cosiddetti “sensibili” quali la tutela del paesaggio, l’ambiente, la salute e i beni culturali.

 

 

Sui presupposti per la configurabilità di abrogazione inespressa di una legge, l’Adunanza Plenaria ha ribadito che

 

1) essa, ai sensi dell’art. 15 disp. prel. c.c., si rinviene quando vi è incompatibilità fra nuove e precedenti leggi (abrogazione tacita), ovvero quando la nuova legge regola l’’intera materia già regolata dalla anteriore (abrogazione implicita). Ne deriva che l’incompatibilità sussiste se vi sia una contraddizione tale da rendere impossibile la contemporanea applicazione delle due leggi oggetto di comparazione, in modo che dalla applicazione e dalla  osservanza della nuova derivi necessariamente la disapplicazione o la inosservanza dell’altra (cifr. Cass. civ., sez. I, 21 febbraio 2001, n. 2502).

 

2) il principio lex posterior generalis non derogat priori speciali cede alla regola della applicazione della legge successiva qualora dalla lettera e dal contenuto di  tale legge si deduce la volontà di abrogare la legge speciale anteriore o quando la discordanza tra le due disposizioni sia tale da rendere inconcepibile la coesistenza fra la normativa speciale anteriore e quella generale successiva (cfr. Cass. civ., sez. lav., 20 aprile 1995, n. 4420; Cons. St., sez. V, 17 luglio 2014, n. 3823).

 

ed affermato che, nel caso in esame, l’incompatibilità che giustifica l’abrogazione tacita o implicita non ricorra in quanto l’art. 13, l. n. 394/1991 (legge quadro in materia di arre protette) ha disposto unicamente una strutturazione particolare del procedimento, atta a garantire la piena tutela dell’interesse protetto.

 

Argomenti addotti a sostegno:

 

  1. impossibilità di rinvenire una indicazione della giurisprudenza costituzionale in senso preclusivo alla possibilità per il legislatore ordinario statale di servirsi dello strumento di semplificazione procedimentale del silenzio-assenso anche in materia ambientale, laddove si tratti di valutazioni con tasso di discrezionalità non particolarmente elevato (si vedano Corte cost., 19 ottobre 1992, n. 393; Corte Cost., 27 aprile 1993, n. 194; Corte Cost., 2 febbraio 1996, n. 26; Corte Cost., 17 dicembre 1997, n. 404; Corte Cost. ,16 luglio 2014, n. 209);

 

  1. impossibilità di rinvenire una indicazione in senso preclusivo anche nella giurisprudenza comunitaria: la Corte di Giustizia europea ha ritenuto non compatibile la definizione tacita del procedimento, solo quando, al fine di garantire effettività agli interessi tutelati (tutela della salute), fosse necessaria una valutazione amministrativa espressa come un accertamento tecnico o una verifica (sentenza 28 febbraio 1991, causa C-360/87); non solo, ma ha censurato unicamente il caso di omessa effettuazione della V.I.A. in quanto prescritta dalla direttiva n. 85/337/Cee (sentenza 10 giugno 2004, causa C-87/02).

 

  1. il dato testuale dell’art. 20, comma 4, della l. 241/90 (come modificato dalla l. 81 del 2005) depone nel senso della non configurabilità di un effetto abrogativo implicito e, almeno in principio, la sua previsione sembra riferirsi ai soli casi generali non estendendosi a precedenti specifiche disposizioni, come quella del citato art. 13. (Cons. Stato, sez. VI, 29 dicembre 2008, n. 6591; Cons. Stato, sez. VI, 17 giugno 2014, n. 3047)

 

  1. l’introduzione dell’art. 13, l. 394/1991 avvenne quando l’art. 20, l. 241/1990 nella sua formulazione originaria escludeva in via generale il silenzio-assenso, fatta eccezione per casi specifici previsti da appositi regolamenti governativi di delegificazione. La novella del 2005 ha introdotto la generalizzazione del modulo del silenzio assenso, con la conseguenza della impossibilità, dal punto di vista logico, che una disposizione volta a generalizzare il regime procedimentale del silenzio-assenso comporti il venir meno proprio delle ipotesi di silenzio-assenso previgenti (così Cons. St.., sez. VI, 17.6.2014, n. 3047; Cons. stato, sez. VI, 29 dicembre 2008, n. 6591);

 

  1. il silenzio assenso previsto per il rilascio del nulla osta dell’Ente Parco si inseriva in una normativa organica (l. 394/1991), evidentemente frutto di un bilanciamento complessivo degli interessi in gioco ed effetto di una valutazione legislativa ponderata e giustificata dal carattere specifico della materia;

 

  1. il nulla osta in esame si connota per la previa verifica di conformità dell’intervento con le disposizioni del piano e del regolamento del parco e dunque dà luogo a valutazioni caratterizzate da un livello basso di discrezionalità, come tali compatibili con il modulo procedimentale del silenzio assenso.

 

 

 

Il testo della sentenza è consultabile al link

 

https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=EDNCTCSDLXYFDTKJEXZEC3ZYIQ&q=

La validità della donazione di cosa altrui al vaglio delle Sezioni Unite

La validità della donazione di cosa altrui al vaglio delle Sezioni Unite

atto-di-donazioneCassazione civile, sezioni unite, 15 marzo 2016,  n. 5068

 

La validità della donazione di cosa altrui al vaglio delle Sezioni Unite

 

La massima

 

La donazione di cosa, in tutto od in parte, altrui (qual è la quota del bene indiviso di una massa ereditaria da parte del coerede), è nulla per mancanza di causa donandi, salvo che l’alterità del bene sia nota alle parti e risulti dal titolo, traducendosi in una donazione obbligatoria di dare.

La donazione di un bene altrui, benché non espressamente vietata, deve ritenersi nulla per difetto di causa, a meno che nell’atto si affermi espressamente che il donante sia consapevole dell’attuale non appartenenza del bene al suo patrimonio. Ne consegue che la donazione, da parte del coerede, della quota di un bene indiviso compreso in una massa ereditaria è nulla, non potendosi, prima della divisione, ritenere che il singolo bene faccia parte del patrimonio del coerede donante.

 

 

La scheda

 

Problema della ammissibilità della estensione del divieto di donazione di beni altrui ex art. 771 c.c. anche ai beni di cui il donante sia titolare in comunione ordinaria, con particolare riferimento alla nozione di beni non presenti del donante (solo beni futuri, non ancora esistenti, o anche quelli esistenti ma non rientranti nel patrimonio del donante al momento della donazione?)

 

Contrasto giurisprudenziale

 

Tesi a)  Nullità della donazione di cosa altrui

 

* Sentenza n. 3315/1979

 

La convenzione contenente una promessa di attribuzione dei propri beni a titolo gratuito configura un contratto preliminare di donazione nullo, in quanto con esso si viene a costituire a carico del promittente un vincolo giuridico a donare, il quale si pone in contrasto con il principio in forza del quale nella donazione l’arricchimento del beneficiario deve avvenire per spirito di liberalità, ossia in virtù di un atto di autodeterminazione del donante, assolutamente libero nella sua formazione.

 

 

* Sentenza n. 6544/1985

 

La donazione di beni altrui non determina alcun obbligo per il donante poiché, stante la consolidata interpretazione dell’art. 771 c.c., dal divieto di donare beni futuri deriva l’invalidità anche della donazione nella parte in cui ha per oggetto una cosa altrui. Inoltre, ai fini dell’usucapione abbreviata prevista dall’art. 1159 c.c.,  la donazione di un bene altrui, invalida ai sensi dell’art. 771 c.c., non costituisce titolo astrattamente idoneo al trasferimento.

 

* Sentenza n. 11311/1996

 

L’atto con il quale una pubblica amministrazione, a mezzo di contratto stipulato da un pubblico funzionario, si obblighi a cedere gratuitamente al demanio dello Stato un’area di sua proprietà, nonché un’altra area che si impegni ad espropriare, costituisce una donazione nulla, perché 1) pur avendo la pubblica amministrazione la capacità di donare, non è ammissibile la figura del contratto preliminare di donazione;  2) l’atto non può essere stipulato da un funzionario della pubblica amministrazione (possibilità limitata dall’art. 16 del R.D. 2440/1923 ai soli contratti a titolo oneroso); 3) l’art. 771 c.c. vieta la donazione di beni futuri, ossia dell’area che non rientra nel patrimonio dell’amministrazione “donante” ma che la stessa si impegna ad espropriare.

 

* Sentenza n. 10356/2009 (conf. sentenza n. 12782/2013)

 

La donazione dispositiva di un bene altrui, anche se non espressamente disciplinata, deve ritenersi nulla alla luce della disciplina complessiva della donazione e, in particolare, dell’art. 771 c.c., poiché il divieto di donazione dei beni futuri ricomprende tutti gli atti perfezionati prima che il loro oggetto entri a comporre il patrimonio del donante; tale donazione, tuttavia, è idonea ai fini dell’usucapione decennale prevista dall’art. 1159 c.c., poiché il requisito, richiesto da questa norma, dell’esistenza di un titolo che legittimi l’acquisto della proprietà o di altro diritto reale di godimento, che sia stato debitamente trascritto, deve essere inteso nel senso che il titolo, alla luce della sostanza e della forma del negozio, deve essere suscettibile in astratto, e non in concreto, di determinare il trasferimento del diritto reale, ossia tale che l’acquisto del diritto si sarebbe senz’altro verificato se l’alienante ne fosse stato titolare.

 

Tesi b) Semplice inefficacia della donazione di cosa altrui

 

* Sentenza n. 1596/2001

 

La donazione di beni altrui non può essere ricompresa nella donazione di beni futuri, nulla ai sensi dell’art. 771 c.c., ma è semplicemente inefficace e, tuttavia, idonea ai fini dell’usucapione abbreviata ex art. 1159 c.c., in quanto il requisito della esistenza di un titolo idoneo a far acquistare la proprietà o altro diritto reale di godimento, che sia stato debitamente trascritto, richiesto dal suddetto articolo, va inteso nel senso che il titolo, tenuto conto della sostanza e della forma del negozio, deve essere idoneo in astratto, e non in concreto, a determinare il trasferimento del diritto reale, ossia tale che l’acquisto del diritto si sarebbe senz’altro verificato se l’alienante ne fosse stato titolare.

 

Composizione del contrasto ad opera delle Sezioni Unite (5068/2016)

 

 

Le Sezioni Unite hanno statuito che la donazione di cosa altrui, o anche solo parzialmente altrui, è nulla, non per applicazione della nullità sancita dall’art. 771 c.c. per la donazione di beni futuri, ma per l’assenza della causa nel negozio di donazione.

L’appartenenza del bene oggetto di donazione al donante è un elemento essenziale del contratto di donazione, in mancanza del quale viene meno la causa tipica del contratto stesso.

Dall’assenza di una previsione di nullità della donazione di cosa altrui nel codice civile non può derivare l’inquadramento di tale la fattispecie nella categoria del negozio inefficace, in quanto occorre guardare, diversamente, al combinato disposto degli artt. 1325 e 1418, comma 2, c.c., e alla circostanza in forza della quale l’altruità del bene non consente di ritenere integrata la causa del contratto di donazione.

Da tali elementi deriva che la nullità della donazione di un bene altrui.

Essa, infatti, è una donazione obbligatoria di dare, solo nel caso in cui l’altruità sia conosciuta dal donante, e tale consapevolezza risulti da un’espressa affermazione nell’atto pubblico.

Pertanto, la donazione di bene non appartenente al donante è affetta da una causa di nullità autonoma e indipendente rispetto a quella prevista dall’art. 771 c.c., ai sensi del combinato disposto dell’art. 769 c.c. e degli artt. 1325 e 1418, comma 2, c.c.

 

(N.B.: nel caso esaminato l’oggetto della donazione era un bene solo in parte altrui in quanto appartenente pro indiviso a più comproprietari per quote differenti e donato per la sua quota da uno dei coeredi. La Corte di Cassazione ha precisato come la posizione del coerede che dona uno dei beni compresi nella comunione non è differente rispetto a quella di qualsiasi altro donante che disponga di un diritto non appartenente al suo patrimonio al momento dell’atto. Inoltre, è stato sottolineato che il coerede può disporre di una quota del singolo bene compreso nella massa destinata ad essere divisa, prima che la divisione venga operata e il bene entri a far parte del suo patrimonio, e non della sua quota di partecipazione alla comunione ereditaria.)

Aggiornamento Giurisprudenziale di Diritto Penale: la rilevanza del falso valutativo nel delitto di false comunicazioni sociali post L. 69/2015

Aggiornamento Giurisprudenziale di Diritto Penale: la rilevanza del falso valutativo nel delitto di false comunicazioni sociali post L. 69/2015

evasione_fiscale_1_200-jpgCassazione penale, sezioni unite, 31 marzo 2016, n. 22474 

 

La rilevanza del falso valutativo nel delitto di false comunicazioni sociali post l. 69/2015

 

 

La massima

 

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, risolvendo un contrasto interno alla Quinta Sezione penale, hanno affermato il seguente principio di diritto: “sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo alla esposizione o alla omissione di fatti oggetto di valutazione, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l’agente da tali criteri si discosti consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni”.

 

 

La scheda

 

Problema della persistenza della rilevanza del falso valutativo a seguito della riforma e dunque se l’eliminazione dell’inciso ancorché oggetto di valutazioni  abbia o meno determinato un effetto parzialmente abrogativo della fattispecie

 

Contrasto giurisprudenziale:

 

Tesi a) sentenza Crespi (33774/2015) e sentenza Banca popolare Alto Adige (6916/2016)

 

L’eliminazione del sintagma è indicativo della volontà del legislatore di non voler più punire i falsi valutativi, riducendo l’estensione incriminatrice della norma alle appostazioni contabili che riguardano fatti economici materiali, determinando una vera e propria successione di leggi, con effetto abrogativo, limitato alle condotte di falsa valutazione di una realtà effettivamente sussistente.

 

[Esclusi dall’effetto parzialmente abrogativo sono:

– l’esposizione di crediti materialmente falsi (in quanto indicati con un valore difforme dal dato reale o perché descritti come certi);

– l’esposizione crediti inesistenti perché originati da contratti fittizi;

– l’esposizione di crediti concernenti i ricavi di competenza dell’esercizio successivo;

– l’esposizione di crediti relativi ad una fattura emessa a fronte di operazioni inesistenti.]

 

Argomenti addotti a sostegno:

  1. dato testuale della nuova formulazione, da confrontare con quello delle precedente e con il dato dell’art. 2638 c.c.;
  2. il legislatore non opera una semplice elisione ma richiede la rilevanza dei fatti. Non è una semplice applicazione del criterio ubi voluit dixit, in quanto l’aggiunta dell’aggettivo rilevanti vincola ad una lettura più restrittiva della portata della norma;
  3. la stessa modifica della fattispecie omissiva è sintomatica in tal senso, il che si deduce dal fatto che il nuovo testo fa riferimento a “fatti materiali rilevanti” e non più ad “informazioni”;
  4. lettura parallela della normativa in tema di frode fiscale nella quale l’inserimento dell’espressione “fatti materiali” rispondeva all’intento di evitare conseguenze penali derivanti da valutazioni.

 

 

Tesi b) sentenza Giovagnoli (890/2016)

 

Sussiste piena sovrapponibilità quanto alle condotte punibili tra le due norme, nella vecchia e nella nuova formulazione e pertanto il falso valutativo e tuttora penalmente rilevante.  Il riferimento ai fatti materiali quali possibili oggetti di una falsa rappresentazione della realtà non esclude la rilevanza penale degli enunciati valutativi, in quanto anche essi possono essere definiti falsi quando violino criteri di valutazione predeterminati o esibiti in una comunicazione sociale.

 

Argomenti addotti a sostegno:

  1. complessivo e significativo riordino della fattispecie di false comunicazioni sociali a seguito della riforma con la quale si delineano delitti di pericolo, connotati da dolo specifico e punibili ex officio;
  2. in base al canone ermeneutico di cui all’art. 12 preleggi, l’inciso eliminato, in quanto proposizione di natura tipicamente concessiva, ha finalità ancillare, con funzione esplicativa e chiarificatrice della proposizione principale. In sostanza, essa specifica e chiarisce che nei fatti materiali esposti nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali, dirette ai soci o al pubblico, erano e sono da ricomprendere anche quelli oggetto di valutazione;
  3. materialità e rilevanza dei fatti economici sono connotazioni gemelle ed esprimono l’esigenza della corretta informazione cui è tenuto il redattore. più esattamente:

– materialità significa essenzialità, per cui nella redazione del bilancio devono essere riportati e valutati solo dati informativi essenziali, ossia significativi ai fini dell’informazione

– rilevanza comporta che l’omissione o l’errata indicazione dell’informazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori sulla base del bilancio dell’impresa, con la precisazione che la rilevanza delle singole voci è giudicata nel contesto di altre voci analoghe;

  1. opinare diversamente frusterebbe le finalità della legge. ossia quella di disegnare un reato spia dei fenomeni corruttivi, in quanto frequente sbocco questi ultimi dei fondi neri creati con l’appostazione contabile di false fatturazioni.

 

Composizione del contrasto ad opera delle Sezioni Unite (22474/2016)

 

Sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo alla esposizione o alla omissione di fatti oggetto di valutazione, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l’agente da tali criteri si discosti consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni.

 

Argomenti addotti a sostegno:

  1. tutta la normativa civilistica presuppone e/o prescrive il momento valutativo nella redazione del bilancio, dettandone in gran parte i criteri e delineando un vero e proprio metodo convenzionale di valutazione (es. voci come ammortamento, svalutazioni, crediti, partecipazioni, costi di sviluppo …);
  2. assenza di modifiche nel corpo dell’art. 2638 c.c. per cui o l’eliminazione del sintagma si estende anche a questa norma oppure non comporta nello stesso art. 2621 c.c. alcuna diversa configurazione rispetto alla norma incriminatrice previgente;
  3. nella giurisprudenza di legittimità i confini del falso valutativo sono sufficientemente tracciati, ad esempio in tema di falso ideologico ex art. 479 c.p. e di falsa perizia ex art. 373 c.p.

 

Con riferimento al falso ideologico e in particolare di provvedimenti urbanistici di tipo abilitativo e riguardo alla omessa indicazione, da parte di funzionari e dirigenti comunali, della reale consistenza delle opere, della loro incidenza, sulla realtà territoriale e della normativa correttamente applicabile al caso concreto, si fa riferimento alla sentenza De Napoli (39843/2015) che distingue:

– prima ipotesi in cui il p.u., chiamato ad esprimere un giudizio, è libero anche nella scelta dei criteri di valutazione. Il documento contenente il giudizio non è destinato a provare la verità di alcun fatto

– seconda ipotesi in cui sussiste un riferimento implicito a previsioni normative che dettano criteri di valutazione. Si tratta di una ipotesi di discrezionalità tecnica vincolante la valutazione ad una verifica di conformità della situazione fattuale a parametri predeterminati. Ne deriva che l’atto potrà risultare falso se il giudizio di conformità non risponda ai parametri al quale esso è implicitamente vincolato.

 

  1. introduzione del concetto di rilevanza che sostituisce il parametro della idoneità ad indurre in errore i destinatari e sta ad indicare la pericolosità che segue alla falsificazione;
  2. valutazione della rilevanza rimessa al giudice che deve, in base alla causalità ex ante, valutare la potenzialità decettiva dell’informazione falsa contenuta nel bilancio e relativa a dati informativi essenziali, ed esprimere un giudizio prognostico sulla idoneità degli artifici e dei raggiri contenuti nel documento contabile nell’ottica di una potenziale induzione in errore in incertam personam;
  3. riconoscimento di attitudine ingannatoria e di efficacia fuorviante nei confronti del lettore del bilancio anche per il cosiddetto falso qualitativo.

 

 

 

Il testo della sentenza è consultabile al link

http://www.cortedicassazione.it/cassazione-resources/resources/cms/documents/22474_05_2016.pdf

bool(false)